lunedì 22 maggio 2017

IL MIELE IN CUCINA - Il nuovo e-book di LIBRICETTE.eu


IL MIELE IN CUCINA - Dal risveglio alla buonanotte

È online il nuovo e-book gratuito realizzato da LIBRICETTE.eu per APICOLTURA LA MARGHERITA di Margherita Fogliati, un produttore di mieli d’eccellenza con sede a Rivoli (TO).

Il miele è un alimento straordinario che si presta a innumerevoli utilizzi in cucina. Ci accompagna dalla colazione sino alla coccola della sera, quella alla quale non sappiamo resistere prima di abbandonarci al sonno e ai sogni…

Il miele non è solo un sano e nutriente dolcificante di bevande, ma si rivela un ingrediente fondamentale che caratterizza in modo unico preparazioni e piatti, dai più semplici ai più elaborati.

Nell’e-book gratuito troverete articoli di approfondimento culturale e le ricette pensate dagli autori di LIBRICETTE.eu, preparate rigorosamente utilizzando i mieli prodotti da APICOLTURA LA MARGHERITA di Margherita Fogliati, azienda premiata con il titolo di Maestro del Gusto di Torino e Provincia, fautrice della nascita dell’Associazione Mieli delle Vallate Alpine della Provincia di Torino facenti parte del Paniere dei Prodotti Tipici e produttrice di mieli tutelati dal marchio Slow Food.

Ciascuno con le sue caratteristiche inconfondibili, ogni miele ha sposato gli ingredienti più disparati: verdure, frutti, carne, pesce: non ci sono limiti alle possibilità di utilizzare questa preziosa risorsa che la natura e il lavoro dell’uomo mettono a nostra disposizione.

Miele di acacia, di tarassaco, di melata, di castagno, di tiglio…solo il meglio per i lettori di LIBRICETTE.eu e per i Clienti di APICOLTURA LA MARGHERITA.

Perdetevi in una dimensione fatata che riunisce principi nutritivi, creatività, gusto e poesia.

Oltre a Paola Uberti, fondatrice di LIBRICETTE.eu e del blog di cucina SLELLY, hanno partecipato alla stesura dell’opera gli autori Monica Benedetto del blog UNA PADELLA TRA DI NOI, Silvia De Lucas del blog SILVIA PASTICCI, Fernanda Demuru del blog IL LECCAPENTOLE E LE SUE PADELLE, Maria Antonietta Grassi del blog IL POMODORO ROSSO DI MANTGRA, Roberto Leopardi del blog RED TOMATO PASSIONE ROSSA IN CUCINA, Monica Martino del blog ESPERIMENTI IN CUCINA, UNA BIOLOGA AI FORNELLI e Anna Laura Mattesini di EAT PARADE BLOG.

Dalla colazione alla buonanotte, passando per aperitivo, spuntini, pranzo e cena, gli autori propongono ai lettori moltissime ricette inedite, adatte a tutti.


L’e-book IL MIELE IN CUCINA realizzato da LIBRICETTE.eu per APICOLTURA LA MARGHERITA può essere scaricato gratuitamente cliccando su questo link: http://libricette.eu/ebook-gratuiti.html

Al prossimo e-book!

APICOLTURA LA MARGHERITA
di Margherita Fogliati
Via Brofferio, 18 - 10072 Caselle T.se (TO)
Laboratorio e negozio:
Corso Francia,152 - 10098 Rivoli (TO)
P.IVA 08964140019
Telefono: +39 3384971274; 3388094502
e-mail: info@apicolturalamargherita.it  
web: www.apicolturalamargherita.it 




giovedì 18 maggio 2017

Nocciolini di Chivasso, ganache al cioccolato e panna - DOLCEZZA IN ROSA


Nocciolini di Chivasso, ganache al cioccolato e panna - DOLCEZZA IN ROSA

Il nome di queste straordinarie, lillipuziane delizie, delicato e adorabilmente civettuolo, in origine era Noisettes (nocciole), a ribadire il legame culinario tra Francia e Piemonte o, in piemontese, Noasèt. In epoca fascista, messi al bando i nomi stranieri di cose e persone, fu italianizzato nella forma odierna, Nocciolini.

Piccoli, profumati, dolci, pervasi dal sapore straordinario della Nocciola Piemonte, i Nocciolini di Chivasso sono una specialità unica.

Nati attorno al 1850 ad opera del pasticciere Giovanni Podio, furono portati dal genero di questi, Ernesto Nazzaro, all'esposizione universale di Parigi del 1900. Fu un successo straordinario. Nel 1904 i Nocciolini di Chivasso ottennero marchio di fabbrica e brevetto dal Ministero del Commercio del Regno d'Italia. Nel 1911 arrivarono all'expo universale di Torino.

I Nocciolini di Chivasso permisero al suo produttore di diventare fornitore ufficiale della Real Casa grazie alla concessione di Vittorio Emanuele III e dei Duchi di Genova, fatto che fece aumentare la fama e l'apprezzamento del pubblico verso queste piccole perle di bontà.


Oltre al sapore e alla croccantezza irresistibili, sono le dimensioni a rendere i Nocciolini di Chivasso qualcosa di incredibilmente attraente. Realizzati con nocciole della varietà Tonda Gentile delle Langhe, zucchero e albume d'uovo, per la consistenza e l'aspetto ricordano amaretti secchi in miniatura.

La produzione dei Nocciolini di Chivasso, che avviene ancora a livello artigianale, consiste nell'impastare le nocciole sgusciate e tostate con gli altri due ingredienti mediante speciali attrezzature. La massa è poi portata a una densità che permette di colarla, grazie una macchina apposita, in tante "goccioline" che sono poi lasciate asciugare e cotte in forno. La consistenza del prodotto lo rende sensibile all'umidità e impone che sia conservato nel suo involucro ben chiuso in ambienti asciutti e freschi.

In origine i Nocciolini di Chivasso erano commercializzati in scatole di latta. Il primo a utilizzare quella che oggi è la confezione più diffusa, un pacchetto di carta rosa, alto e stretto, fu il pasticciere Luigi Bonfante che, circa vent'anni or sono, iniziò a vendere il prodotto a livello nazionale.

Oggi i Nocciolini di Chivasso sono emblema gastronomico della città: ad essi è dedicata una festa che si svolge per le vie, giunta nel 2016 alla XIX edizione.

I modi più diffusi di consumare i Nocciolini di Chivasso sono in accompagnamento allo zabaione oppure immergendoli nel vino Moscato. A proposito del primo abbinamento, nel 1982 è nata la Confratèrnita dël Sambajon e djj Nocciolini che ha il compito di conservare, promuovere e valorizzare una specialità tanto preziosa. Grazie alla Confraternita, dal 2013 il muretto di Alassio ospita una mattonella dedicata ai piccoli dolci.

Zabaione e moscato sì...ma, mi rivolgo a quanti ancora non conoscono i Nocciolini di Chivasso, esiste un altro abbinamento al quale è impossibile dire no. Quello con il desiderio di mangiarne ancora e ancora. Perché accogliere nel palmo della mano una manciata di Nocciolini di Chivasso, pizzicarli uno a uno tra il pollice e l'indice, portarli alla bocca, lasciare che cedano sotto ai denti e sentire il loro sapore dolce e le note caramellate e tostate accarezzare il palato è un'esperienza quasi ipnotica...

IL VOLO PINDARICO: L'IDEA
Cosa possono donare i Nocciolini di Chivasso a un dolce nel quale entrano come protagonisti? Tanto, davvero tanto.

Come spesso accade quando si ha a disposizione una materia prima eccellente, serve poco altro per creare un piatto, un dessert in questo caso, che funzioni come un piacevole e benevolo terremoto emotivo.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE
  • 200 grammi di cioccolato fondente al 70% 
  • 280 grammi di panna fresca
  • 40 grammi di Nocciolini di Chivasso + un po'
  • 1 grossa noce di burro

martedì 16 maggio 2017

IL MISTERO DEL GRANDALBERO e RICETTE FAVOLATE DI FATA ZUCCHINA - Un'iniziativa benefica in ogni senso


Soffermarsi sulle parole, sentirle, nel vero senso, cercare di coglierne il significato trasmesso da chi le pronuncia o scrive e farle nostre, incastonando in esse le emozioni e i pensieri cui danno vita dentro di noi. Questa è comunicazione, condivisione, esperienza.

Martedì scorso sono stata alla presentazione del bi-libro di Renata Cantamessa, "Il Mistero del Grandalbero" e "Ricette favolate di Fata Zucchina", un'iniziativa editoriale benefica che fa parte della collana "Favole Agricole di Fata Zucchina", edita da Araba Fenice, realizzata con il sostegno di COOP e in collaborazione con la Struttura Complessa di Oncoematologia Pediatrica dell'Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino e l'Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte.

Partiamo dall'inizio di questa esperienza: le parole, appunto, e dalla definizione bi-libro. "Bi" come due, "Bi" come tu ed io, quindi noi. Perché dove c'è noi, ci sono scambio, dono, correlazione, empatia, solidarietà, contatto. Il bi-libro di Renata Cantamessa è tutto questo.

Quest'opera è uno scrigno dotato di due serrature attraverso le quali sbirciare per cogliere un contenuto che, magicamente (è proprio il caso di dirlo visto che è la magia il fil rouge del bi-libro), si svela nello stesso momento in cui noi apriamo il nostro cuore e la nostra mente ai suoi contenuti.

lunedì 15 maggio 2017

Asparagi di Santena in crosta con toma di Lanzo - CAVOUR LA SAPEVA LUNGA


Asparagi di Santena in crosta con toma di Lanzo - CAVOUR LA SAPEVA LUNGA

CATEGORIA: antipasto o piatto unico

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Una delle cose che più mi affascinano del patromonio che abbiamo a disposizione in termini di materie prime vegetali, è la varietà di forme e colori che fanno dell'unicità un elemento poetico e prezioso.

Se i carciofi spinosi, ad esempio, mi fanno pensare alla pelle di un drago che abita i campi governando le ancestrali dinamiche della campagna, gli asparagi portano la mia immaginazione a visualizzare svettanti torri gotiche di castelli visibili solo a chi ha ancora voglia di credere che le fiabe sono più connesse alla realtà di quanto si pensi, perché esse generano sogni e i sogni siamo noi, nella nostra autentica purezza, nel bene e nel male.

In Piemonte, sono tanti i luoghi vocati alla produzione o alla coltivazione di eccellenze. Santena è uno di questi. Leggete quanta poesia e potenza vitale è riportata sul sito del Comune, a proposito dell'asparago:"E’ quanto di più moderno e di antico si possa trovare tra gli alimenti di alta qualità ad un prezzo giusto ed equo. E’ il primo ortaggio a spuntare nell’orto. Arriva, a fine marzo o ai primi di aprile, temperatura permettendo. L’ora e il giorno come al solito non sono note: deciderà lui. Terrà conto del clima, perché è freddoloso, non ama il vento e la troppa umidità. Se la data precisa è impossibile da stabilire, verrà comunque prima della Sagra dell’Asparago di Santena. Quando nel suolo e nell’aria ci sarà il giusto equilibrio di tepore, la gemma sotterranea sarà sottoposta a un’irresistibile spinta ormonale."

E ancora: "Freschezza contenuta nel motto - Mi spezzo ma non mi piego -. Per verificarla basta fletterlo, all’improvviso si romperà, se non succede è perché è 'passato'. La condizione per gustarne le qualità consiste dunque nel portarlo in tavola nell’arco di poche ore, al massimo entro due giorni."

L'asparago di Santena e delle Terre del Pianalto è vigoroso, con le sue punte raccolte e compatte, il colore verde che vira al violetto, il sapore che è burro e minerali ed è sottofondo erbaceo che richiama accompagnamenti rotondi, pieni e sapidi come uova, formaggi, prosciutti. È un nobile membro della famiglia vegetale, componente di piatti raffinatissimi e ricercati oppure semplici e schietti, perché è un vero Signore, di quelli educati a muoversi con disinvoltura in ambienti nobili o popolari. È un elemento naturale "vestito" della stessa, essenziale, basica grazia maschile dei tulipani, appartenenti alla sua stessa famiglia.

Amato dal Conte di Cavour che a Santena possedeva una residenza estiva ed è sepolto, e che nella stessa cittadina fu promotore della coltivazione di quella che presto divenne un'eccellenza tipica del territorio, l'Asparago di Santena fa parte del Paniere dei Prodotti Tipici della Provincia di Torino. A questo ortaggio ogni anno è dedicata una sagra giunta oggi all'84ma edizione, durante la quale è possibile assaporarlo in numerose declinazioni.

IL VOLO PINDARICO: L'IDEA
Tempo di Asparago di Santena: come esimermi dal dedicargli una ricetta? Ho scelto una preparazione molto semplice che permette al sapore dell'ortaggio di esprimersi assieme alla burrosità della pasta sfoglia e della toma di Lanzo che porta nel piatto accenti di latte e una deliziosa intensità.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE (antipasto) o PER 3 PERSONE (piatto unico)
  • 12 grossi asparagi di Santena
  • Un foglio di pasta sfoglia rettangolare di alta qualità
  • Toma di Lanzo q.b.
  • Un tuorlo d'uovo
  • Pepe nero macinato al momento q.b.
COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Elimino la parte più coriacea dal gambo degli asparagi di Santena, li riunisco in un mazzo legato con spago da cucina (le punte devono essere rivolte tutte nella stessa direzione, verso l'alto) e li sistemo nell'apposita pentola dotata di cestello. Copro con abbondante acqua fredda leggermente salata, chiudo con un coperchio e porto a bollore. Lesso gli asparagi di Santena per 15 minuti circa o fino a quando sono morbidi ma ancora piuttosto croccanti. Scolo e lascio raffreddare.

mercoledì 10 maggio 2017

Carpaccio di Fassone Piemontese con salsa di nocciole - OMAGGIO ALLA CARNE ALL'ALBESE


Carpaccio di Fassone Piemontese con salsa di nocciole - OMAGGIO ALLA CARNE ALL'ALBESE

CATEGORIA: antipasto

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Fassone Piemontese, bastano queste parole per introdurci nell'eccellenza. Una razza bovina anche definita Razza Piemontese, che dona una carne straordinaria.

Il Fassone Piemontese racconta una storia antica: dai 25 ai 30 mila anni fa, mandrie di zebù pakistani si spostarono ai piedi delle Alpi, dando origine alla razza attraverso la fusione con bovini autoctoni, diffusi nell'area geografica corrispondente al Piemonte.

Gli esemplari attualmente allevati discendono da un capo nato nel 1886 a Guarene d'Alba a seguito di una mutazione genetica spontanea. Il vitello, che divenne toro da riproduzione, si distingueva per la massa muscolare delle natiche e della coscia particolarmente sviluppata, ipertrofica in termini tecnici, che portò all'utilizzo delle definizioni doppia groppa vitello della coscia.

Inizialmente il Fassone Piemontese era una triplice risorsa: impiegato come forza lavoro, era apprezzato anche per il suo latte e per la sua carne, ma con il tempo fu peculiarmente destinato alla macellazione.

Il Fassone Piemontese non è certo adatto all'allevamento intensivo. I capi attualmente allevati sono un numero limitato, soprattutto se paragonato a quello che riguarda la produzione industriale di carne.
Il mantello del vitello è definito fromentino (del colore del grano maturo), quello della femmina adulta è bianco, mentre il toro è grigio e caratterizzato dalla testa più scura.

Gli allevatori della Razza Piemontese, Presidio Slow Food, sono riuniti nell'Associazione La Granda, nata per tutelarne la purezza e le metodologie di allevamento che prevedono di nutrire gli animali con alimenti quali mais, orzo, crusca, fave e fieno, escludendo del tutto insilati, integratori o altri prodotti, specie se geneticamente modificati. I vitelli di Razza Piemontese crescono secondo i tempi dettati dalla natura e la carne che arriva nei negozi autorizzati ad utilizzare il marchio La Granda è riguardata da un'etichetta dettagliata che riporta i dati dell'allevatore e dell'animale e la data di macellazione.

Ciò che si ottiene dal Fassone Piemontese è un prodotto straordinario e unico nel suo genere. La carne, pur essendo particolarmente magra, è saporita, intensa, tanto che, se consumata cruda, si sposa perfettamente a condimenti semplici che non servono ad arricchirla, ma la "accompagnano".

I piatti tradizionali che vedono la carne di Fassone Piemontese (vitello, castrato, bue o vacca) come protagonista sono molti. Sono alcuni esempi la Carne all'Albese, il carpaccio che per i piemontesi è (e resterà sempre) L'ALBESE o L'ALBÈISA in dialetto, condita, secondo i gusti, con olio, sale, pepe, limone e formaggio Grana in scaglie, oppure  la carne cruda battuta rigorosamente al coltello (guai a tritarla con il tritacarne!!!), in stagione accompagnata con il tartufo bianco d'Alba, il Gran Bollito Misto con le sue inseparabili salse (bagnetto verde, bagnetto rosso, salsa d'avije a base di noci e miele)...

Insomma, di modi per assaporare questa indiscussa eccellenza sono tanti e regalano, ogni volta, un'esperienza semplicemente esaltante.

IL VOLO PINDARICO: L'IDEA
Per rendere omaggio a una materia prima tanto preziosa, prendendo le mosse dalla Carne all'Albese in versione carpaccio, ho scelto di realizzare un semplice condimento a base di Nocciola del Piemonte IGP, un'altra eccellenza del territorio dalle caratteristiche uniche.

Ecco una ricetta facile e veloce, ma mi raccomando: che gli ingredienti siano di grande qualità.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE
  • 400 grammi di coscia di vitello Fassone Piemontese tagliata a fette molto sottili
  • 80 grammi di Nocciole Piemonte IGP sgusciate, spellate e tostate + 4 frutti interi per la decorazione
  • 8 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • 4 cucchiaini di Grana Padano grattugiato al momento
  • Pochissima scorza di limone prelevata da un agrume non trattato
  • Sale q.b.
  • Pepe nero macinato al momento q.b.

COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Mantengo la carne a temperatura ambiente per un tempo proporzionato alla stagione, affinché non sia troppo fredda.

martedì 2 maggio 2017

I TORCETTI AL BURRO PIEMONTESI - Viaggio tra Biella, Lanzo e Aglié


I TORCETTI AL BURRO PIEMONTESI - Viaggio tra Biella, Lanzo e Aglié

CATEGORIA: prodotto da forno

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
I Torcetti sono un prodotto da forno dolce, tipico del Piemonte. Profumati, croccanti e friabili, grazie alla ricchezza del burro e alla presenza dello zucchero, nella loro semplicità sanno incantare.

Quando ero piccola, i Torcetti erano una delle possibili scelte per la merenda. A casa mia raramente mancavano: era mio fratello a comprarli il più delle volte. Poi, quando la mia altezza raggiunse un traguardo che mi permise di essere visibile al di là al banco, in panetteria ci andavo da sola e sceglievo tra le due tipologie di torcetti disponibili: al miele o al burro. Panetteria? Già, perché ancora oggi i Torcetti piemontesi sono prerogativa dei fornai, pur essendo disponibili anche in pasticcerie storiche di altissimo livello.

In realtà, entrambi i Torcetti che acquistavo da bambina contenevano quel burro che i piemontesi non si sono mai fatti mancare, in particolare nei dolci (pasta di meliga docet), ma i primi, più sottili e allungati, erano scuri e glassati in superficie, mentre i secondi erano più "paffuti" e chiari ed erano avvolti dallo zucchero semolato. Con il tempo ho imparato che le due versioni facevano riferimento alle varianti reperibili nei territori di produzione.

I Torcetti al burro piemontesi sono riguardati da un mistero irrisolvibile: quale è la ricetta originale? Io sono del parere che, quando si tratta di tipicità gastronomiche tanto radicate nella cultura e negli usi di una terra, sia impossibile parlare di versioni codificate. Ogni famiglia, ogni artigiano ha la sua ricetta che, a ragione, custodisce gelosamente, contribuendo a perpetrare il mito.

Il 23 aprile scorso ho fatto un tentativo che mi ha confermato che il mistero è ben lontano dall'essere risolto. Sono stata ad Agliè, nel canavese, una località che ospita un meraviglioso castello e un borgo nel quale si è svolta la XXIX Sagra del Torcetto.

Il Castello di Agliè

Oltre agli stand gastronomici che servivano specialità piemontesi fatte con tutti i crismi, presso numerosi banchetti era possibile assaggiare e acquistare i Torcetti al burro piemontesi, provenienti dalle zone della regione celebri per la loro produzione. Ho parlato con gli artigiani, cercando di carpire qualche segreto per la preparazione dei Torcetti, ma, a parte qualche suggerimento, non sono riuscita a "scendere in profondità". Ed è giusto così: le tipicità del territorio sono un tesoro inestimabile e i segreti che le riguardano devono essere custoditi. Noi appassionati del buon cibo che racconta storie, abbiamo a disposizione i nostri sensi per apprezzare, cercare di comprendere e, eventualmente, replicare, senza mai prescindere dal rispetto per preparazioni tanto importanti dal punto di vista culturale.
Così ho assaggiato, acquistato e, tornata a casa, ho iniziato a studiare, arrivando poi a realizzare la mia personale versione dei torcetti, ispirati a quelli di Agliè.


Dalla zona di Biella a Torino fino a Lanzo, e ad Agliè, e, più in generale, nel canavese, i torcetti al burro piemontesi viaggiano in lungo e in largo portando con sé mistero e straordinaria bontà.


In linea di massima, per fare alcune distinzioni, i Torcetti biellesi sono più grossi, chiari e ricchi di burro, mentre quelli di Lanzo sono più sottili, scuri e tipicizzati da una glassatura in superficie. Quelli di Agliè, invece, sono caratterizzati dall'essere chiari nella parte superiore e scuri e caramellati inferiormente. Distinzioni che diventano ancora più capillari se si provano i Torcetti preparati da artigiani diversi nello stesso luogo. Insomma, dare regole ai Torcetti al burro piemontesi, imbrigliarli in un disciplinare fai-da-te è impossibile e a me piace così: i Torcetti al burro piemontesi sono buoni anche per il fatto di essere un po' "sfuggenti"...


Detto ciò, è legittimo chiedersi almeno dove siano nati, ma anche in questo caso ci si scontra con diverse scuole di pensiero. Secondo alcuni sarebbero nati nel biellese, secondo altri a Lanzo, ma c'è anche chi dice che sia Agliè ad aver dato in Natali ai Torcetti al burro piemontesi. In particolare, Sandro Doglio, nel suo Dizionario di Gastronomia del Piemonte, identifica Lanzo come città che ha dato il via alla tradizione di sfornare Torcetti: "Sembra il luogo di origine sia la zona di Lanzo (TO), dove del resto si dice che siano nati anche i grissini, che in effetti, con la differenza che non sono dolci, hanno più o meno la stessa tecnica di preparazione e cottura."



I Torcetti, anticamente definiti Torchietti per il fatto di essere "attorcigliati", nacquero nel XVIII secolo. In origine erano riservati ai bambini nei giorni in cui le famiglie si riunivano presso i forni comuni per cuocere il pane, alimento dal quale i Torcetti al burro piemontesi hanno avuto origine. Con la pasta del pane si realizzavano cilindri saldati alle estremità. Cosparsi di prezioso zucchero o glassati con il miele, erano poi sistemati in prossimità della bocca dei forni mentre questi si riscaldavano.
Con il tempo il consumo dei torcetti si diffuse: da essere prerogativa infantile, iniziarono ad essere serviti alla fine dei pasti in occasione delle celebrazioni, a volte accompagnati dalla Fioca (in dialetto "neve", sta ad indicare la panna montata). All'impasto fu poi aggiunto il burro che li rese più ricchi e friabili e le dimensioni si ridussero di circa la metà. I Torcetti al burro piemontesi, a partire dal XIX secolo, divennero un vero e proprio prodotto di pasticceria secca.

I Torcetti al burro piemontesi sono citati nel testo Confetturiere Piemontese del 1790 e nel Trattato di Cucina e Pasticceria Moderna scritto nel 1854 da Giovanni Vialardi, aiuto capocuoco alla corte di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. Nel testo, Vailardi parla di ben tre ricette diverse per realizzare queste specialità.

E oggi, come consumarli? Di scuse e modi ne troverete molte. Così come sono, per rendere speciale qualsiasi momento delle vostre giornate oppure assieme allo zabaione o a un bicchiere di moscato passito...scegliete voi: comunque deciderete di mangiarli, li amerete.

Per realizzare i miei Torcetti al burro piemontesi ho tratto ispirazione da una ricetta disponibile sul sito ivrea.org, cercando di fonderla con i piccoli frammenti di segreti che ho catturato ad Agliè.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER CIRCA 15 TORCETTI

Per l'impasto:

  • 166 grammi di farina 00
  • 95 ml di acqua minerale naturale tiepida
  • 66 grammi di burro di montagna di altissima qualità
  • 8,5 grammi di lievito di birra fresco
  • 1 cucchiaio di zucchero semolato
  • 1 pizzico di sale fino
Per la realizzazione:

  • Abbondante zucchero semolato
COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Taglio il burro a cubetti di circa 1 cm di lato e lo lascio a temperatura ambiente fino al momento dell'utilizzo in modo che si ammorbidisca molto. È fondamentale scegliere un burro di altissima qualità poiché farà la differenza in termini di consistenza e sapore.

venerdì 28 aprile 2017

Tomino piemontese grigliato con crema di asparagi di Santena - E CHI RESISTE?


Tomino piemontese grigliato con crema di asparagi di Santena - E CHI RESISTE?

CATEGORIA: antipasto o piatto unico

Il tomino piemontese è semplicemente buonissimo. Semplicemente perché non ha bisogno di troppi orpelli o accompagnamenti: è straordinario così come è oppure gustato con preparazioni non elaborate che creano un gustosissimo tête-à-tête culinario.

Il tomino piemontese è un formaggio grasso o semi grasso, a pasta molle, realizzato a partire da latte di vacca o latte misto, ottenuto unendo le due mungiture della giornata. È reperibile fresco, asciutto o stagionato. Il tomino stagionato lo si può anche trovare conservato sottolio.

Nella versione fresca (2 - 3 giorni di maturazione) il tomino piemontese è privo di crosta, la pasta è bianca, umida e friabile. Il sapore è spiccatamente latteo e piacevolmente acidulo.
La stagionatura, che può prolungarsi per circa un mese, implica lo sviluppo di una crosta morbida e chiara e di una pasta fondente giallo paglierino il cui sapore di latte (più dolce e meno acido rispetto al tomino fresco), può virare verso note di fungo.

Il tomino, fresco o stagionato, può essere utilizzato come formaggio da tavola o impiegato in cucina. Nella versione fresca è protagonista di un piatto celeberrimo, i tomini al verde, ovvero accompagnati dal Bagnet Vert (Bagnetto Verde).

In origine il tomino piemontese era preparato dalle massaie con una metodologia molto semplice. Il processo di produzione è rimasto poco complesso, ma può variare in base alla zona di origine. In linea generale si riscalda il latte crudo tra i 35°C e i 40°C e si aggiunge il caglio. Successivamente la cagliata è rotta in due tempi, coagulata, poi tagliata. Dopo la scolatura, che avviene in apposite forme, il tomino piemontese è prima salato "in pasta" poi "a secco".

Il sito langhe.net ci informa che il nome Tomino, che discende da Toma, potrebbe derivare dalle parole francesi Tomme o Tome oppure dalla parola piemontese Tuma che indica la precipitazione della caseina.

La produzione di questa eccellenza per troppo tempo sottovalutata, si concentra in particolare nelle province di Torino e Cuneo: alcune varietà sono distintive di paesi o aree ben precise.

L'elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.) piemontesi, riporta ben 10 tipologie di tomino piemontese:
Tomino canavesano asciutto
Tomino canavesano fresco
Tomino del bot
Tomino delle valli saluzzesi
Tomino del Talucco
Tomino di Rivalta
Tomino di S. Giacomo di Boves
Tomino di Saronsella (Chivassotto)
Tomino di Sordevolo
Toumin dal mel

Quanto agli asparagi di Santena, sono tanti gli aggettivi che si possono usare per descrivere la straordinarietà che li contraddistingue. Poche righe non bastano a rendere merito a un'eccellenza del genere alla quale dedicherò un post nei prossimi giorni, con tutta la passione di cui sono capace...

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE
  • 4 tomini piemontesi stagionati (varietà a scelta)
  • 280 grammi di asparagi di Santena
  • 4 cucchiai di olio extravergine di oliva + un po' per rifinire i piatti
  • Sale q.b.
  • Pepe nero macinato al momento q.b.

COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Elimino la parte terminale più coriacea degli asparagi e, dopo averli lavati con attenzione per non spezzare le punte, li riunisco in un mazzo legandoli con spago da cucina.

lunedì 24 aprile 2017

Pasta fresca ripiena di Salampatata del canavese - LE FARFALLE NELLO STOMACO


Pasta fresca ripiena di Salampatata del canavese - LE FARFALLE NELLO STOMACO

CATEGORIA: primo piatto.

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
La prima volta lo assaggiai al Salone del Gusto di Torino, diversi anni fa. Da quel momento fu amore, perché il Salampatata (o Salame di Patate) è un prodotto a dir poco straordinario.

L'immagine e' tratta dal sito cittametropolitana.torino.it
Si tratta di un insaccato tipico del canavese a base di carne di maiale grassa e magra, patate lesse e spezie tra le quali noce moscata e cannella. Questo prodotto di antica origine contadina, che era realizzato per ottimizzare l'impiego di pancetta, guanciale e rifili di carne suina (nel pieno rispetto del detto "Del maiale non si butta niente"), si produce generalmente da settembre ad aprile. La sua stagionatura dura solo 24 ore e il consumo deve avvenire entro pochi giorni dalla produzione. Viene insaccato in un budello naturale. Ha forma ricurva e la polpa ha un colore rosato. La pezzatura si attesta attorno ai 100 grammi.

Morbido, saporito, rotondo, pieno ed esaltato dalle spezie che ne bilanciano il sapore, il Salampatata può essere gustato al naturale, su crostini di pane, grigliato, unito a frittate, oppure impiegato in ricette particolari che, grazie ad esso, assumono un gusto pieno e spiccato.

Il Salampatata fa parte del Paniere dei Prodotti Tipici della Provincia di Torino ed è caratterizzato dal marchio P.A.T. (Prodotti Agroalimentari Tradizionali).

Il Salampatata alla Fiera del Torcetto di Aglié
Ogni anno, nel mese di gennaio, il Comune di Settimo Rottaro dedica al Salampatata una sagra (vai al sito cliccando QUI).
Chi volesse approfondire la conoscenza del prodotto può rivolgersi all'Associazione dei Produttori del Salampatata Canavese presso il Comune di Settimo Rottaro, via Vachino 2 - 10010 Settimo Rottaro (TO), telefono +39 0125 720153.

IL VOLO PINDARICO: L'IDEA
È proprio vero: quando c'è una materia prima di qualità, c'è tutto e serve poco altro per realizzare un piatto gustoso e appagante.
Questo è uno di quei casi: il Salampatata, una pasta fresca di sole acqua e farina, sottile e delicatissima, che ricorda la forma di una farfalla, un filo di buon olio extravergine d'oliva e Grana Padano. Se ci mettete anche l'amore, il piatto non potrà che riuscire benissimo.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE
  • 400 grammi di farina 00
  • 200 ml circa di acqua minerale naturale
  • 200 grammi di Salampatata
  • Olio extravergine d'oliva delicato q.b.
  • Sale q.b.
  • Pepe nero macinato al momento q.b.
COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Setaccio la farina sulla spianatoia e creo la classica fontana con il cratere centrale. All'interno di questo metto poco sale e l'acqua poca alla volta. Impasto il tutto per almeno 10 minuti. La pasta deve risultare piuttosto soda e asciutta: la quantità di acqua necessaria varia in funzione del grado di assorbimento della farina; nel mio caso sono stati necessari 200 ml di liquido (la pasta può anche essere realizzata in planetaria o nell'impastatrice).

sabato 22 aprile 2017

BISCOTTINI DI NOVARA - E una storia che sa di magia


I BISCOTTINI DI NOVARA - E una storia che sa di magia

CATEGORIA: prodotto da forno.

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Le origini dei Biscottini di Novara, seppur non identificabili con certezza, secondo molte fonti risalgono al XVI secolo. In quel tempo, per volere del clero della città, i poveri ricevevano il Pane di Polla che, con il consolidamento della tradizione, divenne il Biscottino delle Monache di Novara che erano le custodi della ricetta e dell'arte della preparazione.

Nel XIX secolo, ad opera di Napoleone, i conventi furono soppressi. Molte monache trovarono ospitalità presso le famiglie benestanti del novarese alle quali trasmisero l'arte della realizzazione dei Biscottini di Novara che presto si diffuse presso gli artigiani pasticceri che la perfezionarono. Più tardi i Biscottini di Novara iniziarono ad essere prodotti a livello industriale (soprattutto da una prestigiosa azienda ormai storica). Ancora oggi, comunque, continuano ad essere preparati anche a livello artigianale.

Nei Biscottini di Novara, nella loro consistenza leggera, friabilissima, nel loro colore delicatamente dorato, nella loro vagamente spugnosa fragilità, c'è l'essenza dei luoghi in cui sono nati. Così eterei, con un sapore fine e un profumo lieve, fanno davvero pensare agli spazi densi di spiritualità che ne videro la nascita, così come l'essenzialità degli ingredienti: uova, zucchero, farina. Niente di più.

Sono legata ai Biscottini di Novara. Mi ricordano dolci momenti dell'infanzia, mio fratello che ne andava ghiotto, mia madre che li amava, mio padre che ancora oggi non se li fa mancare. Ma c'è di più...

Era un bellissimo giorno di sole, fresco al punto giusto, di quelli che fanno venire voglia di indossare abiti comodi, di legare i capelli e camminare in campagna, tra boschi fitti che improvvisamente si aprono in radure erbose attraversate da una luce che sa indiscutibilmente di autunno e che fa percepire la magia di questa stagione, fin sotto la pelle.

Su una riva scoscesa, abbandonata a se stessa da chissà quanto tempo, trovai una vecchia scatola di metallo che mi attrasse perché, quando le passai accanto, il riverbero del sole la fece brillare. La raccolsi e mi accorsi che, in origine, conteneva i biscottini di Novara, prodotti da una famosissima azienda ancora oggi esistente. Io sono imprescindibilmente attratta da case e oggetti abbandonati. In essi pulsa l'eco della vita che vi è passata, delle emozioni di coloro che li hanno posseduti per poi dir loro addio, chissà come, chissà perché.


Con la mia scatola di Biscottini di Novara sotto al braccio, sono tornata a casa, ho acceso il PC e, sul social network che più frequento, ho trovato il post di una persona speciale, Anastasia, con la quale sono entrata in sintonia da subito. Sapete, una di quelle persone che capiscono e fanno sentire capiti. Nel suo post parlava proprio dei Biscottini di Novara, con tanto di ricetta.

È passato parecchio tempo da allora: solo oggi ho deciso di provare a realizzare i Biscottini di Novara seguendo la ricetta di Anastasia (che trovate QUI; io ho ridotto proporzionalmente le dosi), ma non mi chiedo perché. Forse oggi è un giorno speciale, ma devo ancora scoprire la ragione. Mi abbandono alle sensazioni e questo mi basta per stare bene e girare per casa con un sorriso.

Oggi la mia scatola di metallo contiene le rose che ricevo nelle occasioni speciali e che faccio seccare. L'ho aperta per estrarle e fotografarle assieme ai biscottini. Questa è la magia che si nasconde nelle piccole cose e che abbiamo sotto agli occhi ogni giorno: ci vuole un cuore forte per poterla vivere, perché a volte è così intensa da fare male, ma ne vale la pena, sempre...vero Anastasia?

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER CIRCA 18 BISCOTTINI DI NOVARA
  • 50 grammi di farina 00
  • 50 grammi di zucchero semolato
  • 1 uovo grande
  • 1 tuorlo ricavato da un uovo grande

COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Riscaldo il forno a 180°C in modalità statica e rivesto il fondo di una grande teglia con carta da forno.

In una capace ciotola rompo l'uovo intero e unisco il tuorlo (l'albume può essere recuperato e utilizzato in una frittata assieme ad altre uova).

martedì 18 aprile 2017

PASTE DI MELIGA


PASTE DI MELIGA

CATEGORIA: prodotto da forno

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Ah...le Paste di Meliga o Paste 'd Melia (in piemontese "melia" significa mais). Chi le prova non può non amarle. Friabili, straordinariamente profumate di burro, ricche, golose, portano nel cuore la potenza della tradizione che si fa sentire ad ogni morso.

Da biscotto fatto in casa, con il tempo le Paste di Meliga del Monregalese sono diventate un prodotto dell'industria dolciaria. Il Consorzio Paste di Meliga del Monregalese è nato con lo scopo di tutelare questo biscotto prezioso, oggi Presidio Slow Food, soprattutto alla luce del fatto che la produzione industriale non è in grado di eguagliare la versione artigianale.

Collocare la nascita della Paste di Meliga in un periodo preciso non è cosa facile. È lo stesso Consorzio a informarci riguardo a questa incertezza: "Non potendo collocare la loro nascita in un periodo esatto, noi amiamo dire che le Paste di Meliga -...hanno una ricetta antica che si perde nel tempo...-”

Nate tra Vicoforte e Pamparato (dove prendono anche il nome di Biscotti di Pamparato), oggi le Paste di Meliga sono reperibili in molte altre aree del Piemonte. Secondo alcune fonti sarebbero state create a seguito di un raccolto particolarmente povero che fece aumentare vertiginosamente i prezzi del frumento e limitò la disponibilità del "fior di farina". Fare di necessità virtù, si sa, è una delle specialità degli artigiani che iniziarono così a "tagliare" la farina di frumento con quella di mais nella versione più fine, non adatta alla realizzazione della polenta e destinata alla produzione di dolci.

Le Paste di Meliga, in origine, erano biscotti "fatti in casa", preparati subito dopo la cottura del pane per sfruttare il calore del forno. Essendo un prodotto casereccio, erano realizzate in diverse forme. Oggi la più diffusa è tondeggiante ed è caratterizzata da una striatura conferita dalla siringa per dolci o dalla sacca da pasticciere dotata di bocchetta stellata.

In Piemonte si coltivano antiche varietà di mais dalle qualità eccellenti che hanno una resa inferiore a quella del mais coltivato su larga scala, ma vantano caratteristiche ineguagliabili (il mais è molto importante per i piemontesi, tanto che hanno coniato un raffinato modo di mandare a quale paese che si traduce in "Va a spané 'd melia", che può essere tradotto in "va a togliere le foglie alle pannocchie."

Ancora con riferimento al Consorzio Paste di Meliga del Monregalese, apprendiamo che queste specialità sono realizzate con mais della pregiata varietà "ottofile", macinato a pietra, descritto in questo modo nel Disciplinare dell'Associazione degli Antichi Mais Piemontesi: "Ottofile: spiga cilindrica di otto ranghi, granella grossa, tutolo bianco, colore variabile dal bianco, al giallo, al rosso".

Gli altri ingredienti delle Paste di Meliga sono farina di frumento 00, burro, uova fresche. Alcuni aggiungono aromi naturali (vaniglia e/o scorza di limone) e lievito per dolci.

Lo stesso disciplinare indica che le Paste di Meliga devono essere prodotte rigorosamente con farine di mais antichi macinati a pietra in proporzione non inferiore al 75% di farina di mais e 25% di farina 00, ma, si sa, le ricette tradizionali sono protagoniste di varianti che ogni famiglia e ogni artigiano apporta, sulla base dell'esperienza e di quel meraviglioso processo che è il tramandare una ricetta di generazione in generazione.

Per preparare le mie Paste di Meliga, mi sono ispirata alla ricetta di Giorgio, un artigiano fornaio che ogni mercoledì porta straordinario pane di montagna e biscotti genuini al mercato di Trofarello. Sul suo banco, letteralmente assaltato (il che la dice lunga sulla qualità dei suoi prodotti), si trovano anche nocciole della varietà Tonda Gentile Trilobata delle Langhe e farina di mais ottofile fumetto, macinata a pietra.

Giorgio mi ha dato le dosi e mi ha spiegato il procedimento, emozionandomi profondamente perché sono stata protagonista di un vero e proprio passaggio di sapere antico, di una ricetta collaudata, ripetuta centinaia di volte, nella quale si nascondono ore di lavoro, cura, passione, umiltà, dedizione e il potere dirompente della tipicità territoriale. Grazie, grazie, grazie, Giorgio.

Come si gustano le Paste di Meliga del Monregalese? Tradizione antica vuole che le si assapori con un bicchiere di vino rosso anche strutturato, ma, più di recente, sono diventate fedeli compagne di Moscato, Moscato Passito e zabaione...io vi consiglio di provare tutte le soluzioni: non ve ne pentirete.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 48 PASTE DI MELIGA*
  • 200 grammi di farina di mais ottofile fumetto, macinata a pietra
  • 120 grammi di burro preferibilmente di montagna
  • 100 grammi di zucchero semolato
  • 60 grammi di farina 00 per dolci di frolla
  • 2 uova medie
  • 2 grammi di lievito per dolci non vanigliato
  • 1 limone non trattato
  • Alcune gocce di estratto naturale di vaniglia
  • Un pizzico di sale
COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Taglio il burro a tocchetti e lo lascio a temperatura ambiente fino a quando risulta molto morbido.

giovedì 13 aprile 2017

Panna cotta salata al Parmigiano Reggiano con caramello salato al vino Dolcetto - OSE'


Panna cotta salata al Parmigiano Reggiano con caramello salato al vino Dolcetto - OSE'

CATEGORIA: antipasto

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Sarà anche âgé come dicono alcuni, ma la panna cotta, sia dolce, sia salata, ha sempre il suo perché e, per continuare con le parole accentate, si rivela un ottima scusa per essere osé in cucina. Osé, cioè audaci, "osanti".

Perché con la panna cotta si può giocare, ci si può divertire, ci si può spingere, con benevola malizia, verso i confini che separano i piatti salati dai dolci, divertendosi a confondere le linee di demarcazione e a stimolare il palato con consistenze e accenti che disorientano piacevolmente, un po' come quando si gira su se stessi vorticosamente e, dopo, si tenta di camminare in linea retta: impossibile non sorridere.

IL VOLO PINDARICO: L'IDEA
Nelle morbide volute della panna, pingue come una venere candida, equilibrata dalla sapidità del Parmigiano Reggiano, si insinuano le purpuree colate di caramello salato che porta acidità grazie alla presenza del vino Dolcetto.

Questa panna cotta salata è nata come antipasto, ma se volete davvero osare, servite questa preparazione come dessert "sopra le righe"...

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 2 PERSONE
Per la panna cotta:
  • 160 grami di panna fresca
  • 30 grammi di latte intero fresco
  • 3 grammi di gelatina in fogli
  • 20 grammi di Parmigiano Reggiano 24 mesi grattugiato al momento
  • Pepe nero macinato al momento q.b.
  • Noce moscata grattugiata al momento q.b.
Per il caramello salato:
  • 100 ml di Dolcetto
  • 4 cucchiai colmi di zucchero semolato
  • Sale q.b.
COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Verso la panna e il latte in un pentolino dal fondo spesso, aggiungo il Parmigiano Reggiano e porto a bollore mescolando. Appena i liquidi iniziano a bollire spengo la fiamma, insaporisco con una piccola quantità di pepe e noce moscata e unisco la gelatina in fogli. Rimesto con una frusta a mano affinché la gelatina si sciolga completamente. Verso il composto in due piccoli calici di vetro e lascio intiepidire.

mercoledì 12 aprile 2017

UOVA ALLA BELA ROSIN - Una storia d'amore e di cucina


UOVA ALLA BELA ROSIN - Una storia d'amore e di cucina

CATEGORIA: antipasto

Esistono storie d'amore che fanno di tormento, ostinazione e buona cucina il proprio fil rouge. Quella tra Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana è stata una di queste.

Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana detta La Bela Rosin
© Archivio Parco della Mandria
Fonte immagine www.museotorino.it

Vittorio Emanuele II lo conosciamo tutti, ma chi era Rosa Vercellana, ribattezzata dal popolo piemontese che tanto la amava, La Bela Rosin?

Rosa era figlia di un militare che prestava servizio nell'esercito di Carlo Alberto. Conobbe Vittorio Emanuele II nel 1847 quando, con la sua famiglia, si trasferì presso il Castello di Racconigi. All'epoca la Bela Rosin aveva solamente 14 anni, mentre Vittorio Emanuele, non ancora re, ne aveva 27 ed era sposato con Maria Adelaide d'Asburgo Lorena.

La differenza d'età e il fatto che Vittorio Emanuele avesse una moglie (e molte amanti e avventure), non impedirono ai due di iniziare una relazione dalla quale nacquero due figli, Vittoria ed Emanuele, che sarebbe durata fino alla morte del Re.

La Bela Rosin e Vittorio Emanuele II furono aspramente osteggiati dalla corte, soprattutto in ragione delle origini di lei. A dispetto di tutto e di tutti, Vittorio Emanuele II perseverò e, dopo la morte della regina legittima, nel 1858, nominò Rosa Vercellana Contessa di Mirafiori e Fontanafredda donandole, inoltre, il castello di Sommariva Perno.

Più tardi, La Bela Rosin si trasferì in una tenuta all'interno dell'attuale Parco Regionale della Mandria, dove il re amava ritirarsi per trascorrere il tempo con la sua amante e dove questa preparava per lui piatti prelibati. Sì, perché quella tra Rosa Vercellana e Vittorio Emanuele  II fu una storia d'amore e di buona cucina.

Nella seconda metà del XIX secolo, La Bela Rosin e il Re si spostarono a Firenze. Vittorio Emanuele II si ammalò e, temendo di morire, fece di Rosa la sua moglie morganatica (priva del titolo di regina).

Alla scomparsa di Vittorio Emanuele II, avvenuta a Roma nel 1878, La Bela Rosin si trasferì a Pisa, presso il Palazzo Beltrami, dove restò fino alla fine dei suoi giorni (1885).

L'avversione della famiglia reale non si esaurì nemmeno dopo la morte della Bela Rosin che non fu sepolta assieme al marito nel Pantheon romano (apparentemente per il fatto di non essere mai stata una vera regina). Per tutta risposta, i figli di Rosa fecero edificare una copia in scala ridotta del Pantheon a Torino dove le spoglie della madre trovarono riposo prima di essere spostate nel Cimitero Monumentale della città: si tratta del Mausoleo della Bela Rosin, situato nel quartiere Mirafiori Sud e restaurato nel 2005 dopo anni di abbandono.

Sono molti i piatti legati a questa storia d'amore divenuta ormai leggendaria: tra questi ci sono le Uova alla Bela Rosin, un antipasto diventato tipico della cucina piemontese, semplicissimo e delizioso, ideale per il pranzo della domenica o per la prossima Pasqua. Si tratta di uova ripiene di maionese coronate da tuorli passati al setaccio: niente di più, ma, mi raccomando, che la maionese sia fatta in casa, come la faceva la Bela Rosin per il suo re.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE

Per le uova:
  • 2 uova medie freschissime
Per la maionese:
  • 40 grammi di olio di semi di girasole
  • 7 grammi di olio extravergine di oliva
  • 1 tuorlo ricavato da un uovo grande, freschissimo (l'albume può essere recuperato e utilizzato per una frittata)
  • 1 cucchiaino di aceto di vino bianco
  • La punta di un cucchiaino di senape dolce in salsa
  • Succo di limone fresco q.b.
  • Sale fino q.b.
Per guarnire il piatto (facoltativo):
  • Foglie di lattughino freschissime
COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Sistemo le due uova medie in un pentolino, le copro con acqua fredda, porto a lieve bollore e cuocio per 10 minuti (a partire da quando l'acqua inizia a fremere).

lunedì 10 aprile 2017

PANINI, TRAMEZZINI, HAMBURGER & C. ECCO L'ULTIMO NATO IN CASA LIBRICETTE.eu

Panini come se piovesse nel nuovo e-book gratuito di LIBRICETTE.eu




A pochi giorni dall'uscita dell'e-book FUORI DAL GUSCIO - IN CUCINA CON LE UOVA, LIBRICETTE.eu vi regala un'altra opera inedita.

Questa volta si parla di panini, tramezzini, hamburger, club sandwich, focacce ripiene, croissant salati: e chi resiste?

Siete a caccia di idee per il pranzo fuori porta di Pasquetta? In questo e-book di ricette e contenuti culturali troverete sicuramente ciò che fa per voi.

Un grande grazie va a coloro che hanno creduto in questa nuova opera: il media partner IdeeGreen.it, VOV102 - Nutrire le Comunità e I BINARI DEL GUSTO di Paolo Nicola.

Grazie di cuore anche ai preziosi autori di LIBRICETTE.eu che assieme a me hanno contribuito a realizzare questo e-book con le loro ricette: Roberto Leopardi del blog RED TOMATO PASSIONE ROSSA IN CUCINA che ha lanciato l'idea, Monica Benedetto del blog UNA PADELLA TRA DI NOI, Silvia De Lucas del blog SILVIA PASTICCI, Fernanda Demuru del blog IL LECCAPENTOLE E LE SUE PADELLEMaria Antonietta Grassi del blog IL POMODORO ROSSO DI MANTGRA, Monica Martino del blog ESPERIMENTI IN CUCINA, UNA BIOLOGA AI FORNELLI e Anna Laura Mattesini di EAT PARADE BLOG.

Per scaricare gratuitamente l'opera: http://libricette.eu/ebook-gratuiti.html

Vi aspettiamo!




RICETTE CON LE UOVA NEL NUOVO E-BOOK GRATUITO DI LIBRICETTE.eu

Ricette con le uova nel nuovo e-book gratuito pubblicato da LIBRICETTE.eu


È online il nuovo e-book di ricette e contenuti culturali interamente dedicato alle uova.

Uova ripiene, uova strapazzate, uova in camicia, tuorli fritti, frittate, crêpes, zabaione e creme deliziose: c'è da perdere la testa.

Per il pranzo di Pasqua o per la cucina di tutti i giorni ricette creative o tradizionali.

Ringrazio le realtà che hanno creduto in questo progetto e che lo hanno sostenuto: VOV102 - Nutrire le Comunità e il media partner IdeeGreen.it.

Un grazie speciale va agli autori di LIBRICETTE.eu che, assieme a me, hanno partecipato alla stesura di questo e-book con impegno ed entusiasmo: Maria Antonietta Grassi del blog IL POMODORO ROSSO DI MANTGRA che ha lanciato l'idea, Monica Benedetto del blog UNA PADELLA TRA DI NOI, Silvia De Lucas del blog SILVIA PASTICCI, Fernanda Demuru del blog IL LECCAPENTOLE E LE SUE PADELLE, Roberto Leopardi del blog RED TOMATO PASSIONE ROSSA IN CUCINA, Monica Martino del blog ESPERIMENTI IN CUCINA, UNA BIOLOGA AI FORNELLI e Anna Laura Mattesini di EAT PARADE BLOG.

Per scaricare gratuitamente l'opera: http://libricette.eu/ebook-gratuiti.html

A presto con le novità di LIBRICETTE.eu!





martedì 4 aprile 2017

Acciughe al verde - RICORDO DI QUANDO ERA VERDE ANCHE LA MIA ETA'


Acciughe al verde - RICORDO DI QUANDO ERA VERDE ANCHE LA MIA ETA'

CATEGORIA: antipasto

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Pare proprio che i piemontesi abbiano una particolare predilezione per il verde, soprattutto in forma di salsa...

Sì, perché il bagnetto verde, celebre salsa tipica della cucina regionale, è compagno ideale di tomini freschi, acciughe, lingua di bovino, e, naturalmente, del bollito misto, vera e propria icona della gastronomia piemontese.

La salsa verde o bagnetto verde o, in forma dialettale, bagnet vert, è una preparazione semplice e deliziosa a patto che gli ingredienti siano dosati al meglio. Alcuni fanno risalire la sua origine al XIX secolo, presso la corte di Carlo Alberto.

Come accade nel caso di moltissime ricette tipiche, anche quella del bagnetto verde varia a seconda di chi lo prepara: ciascuno ha la sua ricetta, spesso mutuata dalla famiglia e, perché no, "aggiustata" secondo il gusto personale.

Gli ingredienti base del bagnetto verde sono prezzemolo fresco (io uso anche la parte più tenera dei gambi perché è molto aromatica), olio, mollica di pane, aceto, acciughe dissalate e aglio. Alcune versioni (come nel mio caso), prevedono di aggiungere peperoncino, capperi e tuorlo d'uovo sodo.

Che lo si ami più cremoso e denso o più lento, il bagnetto verde è straordinario. Personalmente lo trovo irresistibile con le acciughe. Pensare che quando ero bambina non mi piacevano, ma si sa, i gusti cambiano, si evolvono, crescono e mutano assieme a noi.

Le acciughe al verde (in dialetto anciove al vert) sono un antipasto che non può mancare sulla tavola dei piemontesi, assieme alle altre numerose prelibatezze che aprono i pranzi, soprattutto quelli dei giorni di festa.

Profumato, saporito, intenso, questo antipasto è un'esplosione di sapore, soprattutto dopo alcune ore di riposo.

Come amo mangiare le acciughe al verde io? Ortodosso o meno, adoro affettare una biovetta e farcirla con questa prelibatezza, chiudere gli occhi, addentare e gustare, rifugiandomi in una bolla di ricordi con un sorriso beato.

Una curiosità: anche quest'anno, dal 9 aprile al 22 ottobre si svolgerà il FESTIVAL MONDIALE DEL BAGNET VERD. Una gara che si sposterà tra Caselle Torinese, Bergolo, Trino, Pontechianale e Torino. Si tratta di una divertente gara a squadre alla quale possono partecipare tutti. Vince il bagnetto verde più buono...ma anche il più simpatico...



COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 2/3 PERSONE 

Per il bagnetto verde:
  • 100 grammi tra foglie e gambi teneri di prezzemolo
  • 150 ml di olio extravergine di oliva
  • 15 grammi circa di mollica di pane bianco (per una ricetta adatta agli intolleranti sostituire il pane tradizionale con un prodotto equivalente privo di glutine)
  • 2 cucchiai di aceto di vino rosso
  • 1 cucchiaino di capperi dissalati
  • 1 acciuga sotto sale
  • 1 tuorlo d'uovo sodo
  • Aglio fresco q.b.
  • Peperoncino fresco o secco q.b.
  • Sale q.b.
Inoltre:
  • 10 acciughe sotto sale circa (dipende molto dalla dimensione delle stesse) accuratamente mondate, dissalate e asciugate

mercoledì 29 marzo 2017

Il Bicerin - TORINO MON AMOUR 2


Il Bicerin - TORINO MON AMOUR 2

CATEGORIA: bevanda, dolce, dessert

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Torino...città dall'anima complessa, da scoprire. Sì, perché Torino non urla, Torino dialoga, si mostra e si lascia conoscere, palazzo dopo palazzo, area verde dopo area verde, corso d'acqua dopo corso d'acqua, da chi ha il desiderio di indugiare, camminare, addentrarsi, ammirare, rapportarsi con un luogo dal carattere forte e multiforme.

Città capace di andare oltre i luoghi comuni che hanno fatto di "grigio", "freddo", "fabbrica" il suo marchio per tanto tempo, Torino ha un cuore pulsante caldo come quello di un vulcano che batte sotto la sua pelle elegante e composta, pronta, però, a farsi percorrere da brividi infiniti.

Torino che trasuda storia e tradizione e Torino che si apre all'innovazione divenendone culla. Torino che accoglie migranti e Torino che offre i muri dei suoi palazzi per far riecheggiare il dialetto parlato dalle persone che vi sono nate e hanno visto La Guerra.Torino d'acqua e terra, razionale e immaginifica, terrena e magica.
Torino costantemente percorsa da un'energia potentissima che innerva l'aria, ogni pietra e ogni filo d'erba e che, inevitabilmente, lascia un segno in chi la sente e la vive, anche solo per un giorno.

È in un ordinato crogiolo ribollente di vita del genere che è nato il Bicerin, una straordinaria seppur semplice bevanda che ha visto la luce nell'omonimo caffè aperto nel 1763 vicino al Santuario della Consolata e più tardi diffusosi in altri locali storici della città, divenendone simbolo.

Gli ingredienti del Bicerin sono noti: cioccolata, caffè e crema di latte, ma dosi e proporzioni sono custodite dai titolari del locale e dai dipendenti che non ne fanno menzione. Ed è giusto così, perché dietro a una bevanda tanto deliziosa che racconta un pezzo di storia della città, deve esserci un segreto come strumento di conservazione della tipicità e perpetrazione della leggenda.

Il Bicerin è nato come evoluzione della Bavareisa, una preparazione di origine settecentesca spesso utilizzata come colazione dalle classi più abbienti, composta da cioccolato, caffè, latte e sciroppo.
Si legge sul sito web del Caffé Al Bicerin: -Il rituale del nuovo "bicerin" prevedeva che i tre ingredienti fossero serviti separatamente. Inizialmente erano previste tre varianti: pur e fiur (l’odierno cappuccino), pur e barba (caffè e cioccolato), ‘n poc ‘d tut (ovvero “un po’ di tutto”), con tutti e tre gli ingredienti miscelati. È stata quest’ultima formula ad avere più successo e a prevalere sulle altre.-

Caldissimo, profumato, irresistibile, Il Bicerin è un'esperienza d'amore. Le sue componenti sono rigorosamente preparate sul momento e servite in calici trasparenti che danno la possibilità di ammirare uno spettacolo che appaga gli occhi in quei momenti interminabili che separano dall'assaggio. La cioccolata morbida, il caffè appuntito, la crema di latte che delicatamente si irradiano gli uni negli altri pur mantenendo la propria individualità. Note gentilmente dolci e non invasive, consistenze vellutate ed eteree si prendono per mano, deliziano oltre ogni dire il palato e consolano anche l'anima più disperata.

Nel 2001, il Bicerin è stato riconosciuto come bevanda tradizionale piemontese attraverso la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte (cliccare QUI per maggiori informazioni)

Se vivete a Torino o se avete la possibilità di visitare la città, non perdetevi questa straordinaria specialità: regalerete a voi stessi un ricordo indelebile.

Nota: quella che segue non è la ricetta originale del Bicerin, ma la mia versione che vuole essere un tentativo di portare tra le mura di casa il ricordo di un'esperienza da fare e rifare.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 2 PERSONE
  • 110 grammi di crema di latte
  • 100 grammi di cioccolato fondente al 70% di altissima qualità
  • 35 grammi di latte intero fresco
  • 2 caffè espressi ristretti preparati al momento
COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Ripongo in freezer una ciotola di metallo affinché si raffreddi a dovere.

lunedì 27 marzo 2017

Gnocchi di pane e tomino fresco al burro e salvia - PAGNOCCHI


Gnocchi di pane e tomino al burro e salvia - PAGNOCCHI

CATEGORIA: primo piatto

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Recuperare il pane raffermo è il simbolo della responsabilità in cucina, capace di condensare in sé i messaggi etici, morali, ambientali, economici, culturali, legati a tale pratica.

Evitare lo spreco del pane raffermo (e, più in generale, di qualsiasi alimento), è un impegno che chiunque può prendere, scoprendo che il senso di benessere che nasce dall'essere responsabili non ha prezzo e che recuperare e riciclare è straordinariamente divertente, oltre a essere un modo di onorare la storia di quelle comunità che facevano dell'annullamento degli sprechi una risorsa, perché la sovrabbondanza della quale molti godono oggi, era sconosciuta.

Il pane raffermo, che sa trasformarsi in centinaia di modi, sempre differenti e stimolanti, in questa ricetta ha dato origine a morbidi e delicati gnocchi che portano nel cuore la lieve e piacevole acidità del tomino fresco piemontese.

Una peculiarità della cucina piemontese è di introdurre il commensale ai piatti forti (le straordinarie paste fresche e le carni eccellenti), attraverso una lunga serie di antipasti che, come le altre portate, raccontano storie di campagna che si fonde con la città, di contadini che dialogano, culinariamente parlando, con la corte sabauda. Tra questi antipasti, i tomini freschi sono un classico intramontabile: siano essi conditi con soli olio, sale, pepe, arricchiti dal bagnetto verde a base di prezzemolo o "elettrici", che prevedono una buona dose di spagnolin (peperoncino).

Il tomino fresco è un formaggio grasso che non prevede maturazione, a pasta morbida e umida, senza crosta, confezionato quasi sempre in forme cilindriche avvolte in una speciale carta atta a preservarne la freschezza. La struttura, priva di occhiature, è friabile e lo rende spalmabile. Generalmente si usa tagliarlo in spesse fette e servirlo con i condimenti di cui sopra.

IL VOLO PINDARICO: L'IDEA
Chi mi conosce bene sa che ho un debole per il tomino fresco: penso sia una vera risorsa in cucina perché, oltre a risolvere un pasto all'ultimo momento, può essere utilizzato come ingrediente per preparare i piatti più diversi: dall'antipasto al dolce.

In questi gnocchi semplici il tomino fresco dà morbidezza e una lieve acidità che porta equilibrio. Un po' di buon burro, il profumo della salvia, abbondante grana, una macinata di pepe per rifinire e il gioco è fatto.

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE
  • 500 ml circa di latte intero fresco
  • 400 grammi di tomino fresco
  • 200 grammi di pane raffermo (perfetto il pane rustico di montagna)
  • 180 grammi di farina 00
  • 4 uova medie
  • 4 noci di burro
  • 8 grosse foglie di salvia + 4 piccole per la decorazione dei piatti
  • Noce moscata grattugiata al momento q.b.
  • Sale q.b.
  • Pepe nero macinato al momento q.b.

COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Spezzetto il pane e lo sistemo in una capace ciotola. Unisco il latte e lascio riposare per almeno 30 minuti (il pane deve assorbire il latte e ammorbidirsi).

sabato 25 marzo 2017

Zabaione - TORINO MON AMOUR


Zabaione - TORINO MON AMOUR

CATEGORIA: dessert

I CINQUE SENSI PIU' UNO: SENSAZIONI E RICORDI
Credo esistano pochi piemontesi della mia generazione (e non solo) che, da bambini, all'ora di merenda, non mangiavano quello che per me è il proto - zabaione, ovvero il tuorlo d'uovo sbattuto con lo zucchero nei bicchieri infrangibili (che però quando cadevano a terra spargevano frammenti che saranno ritrovati sotto ai mobili ancora nell'anno 2999).

Dal proto - zabaione a quello che definisco proto - zabaione evoluto, il passo è stato breve, anche se per compierlo ho dovuto attendere di avere un'età consona: l'ovetto sbattuto "maturo", oltre a tuorlo d'uovo e zucchero, prevedeva un tocco di marsala secco o di moscato che, in poche gocce, condensava un senso di trasgressione da compiersi ogni tanto, con il beneplacito della nonna. Da lì la strada verso lo zabaione tout court è stata tutta in discesa: oggi lo amo follemente.

Fonti accreditate collocano la nascita dello zabaione a Torino nel XVI secolo, ad opera del frate francescano Pasquale Baylón, oggi considerato protettore di cuochi e pasticceri. A onor del vero, però, va detto che, sia geograficamente, sia storicamente, le origini dello zabaione sono dibattute e rimbalzano tra Torino, Napoli, l'Umbria e il forlivese. Indipendentemente da dove stia la verità, è fuori di dubbio che oggi sia una specialità tipica della cucina piemontese che lo contempla preparato con marsala secco o moscato.

Dolce, energetico, corroborante, delizioso, soffice e spumoso, lo zabaione è perfetto quando accompagnato da biscotti tradizionali come paste di meliga (a base di farina di mais che è un'eccellenza piemontese), savoiardi o lingue di gatto che la storia vuole siano state importate nella regione dalla Francia, grazie alla corte sabauda, così come molte altre specialità poi rimaneggiate a adattate ai gusti e allo stile piemontesi.

In molte famiglie, tra le quali la mia, a Natale si usa sposare lo zabaione al tipico panettone basso caratterizzato da un'irresistibile glassa alla nocciola.

Semplice e molto elegante, lo zabaione è, inoltre, una "soluzione dell'ultimo minuto" quando si ha bisogno di un dolce che consoli o dia la carica, fisica ed emotiva...

COSA CI METTO: INGREDIENTI PER 4 PERSONE
  • 8 tuorli d'uovo freschissimi
  • 8 cucchiai di zucchero semolato
  • 8 cucchiai di marsala o moscato secco

COME LO FACCIO: PROCEDIMENTO
Porto a bollore un po' d'acqua all'interno di una pentola sopra la quale io possa appoggiare una ciotola di vetro senza che il fondo di questa tocchi l'acqua.